Risultato sportivo meno negativo di quanto potrebbe sembrare, ma delude ancora una volta lo spirito di squadra
Milano, 7 sett. – Dalla Germania, dove dal 29 agosto al 2 settembre è andato in scena il 18° torneo di hockey su carrozzina elettrica di Monaco di Baviera, fa ritorno un Dream Team che si interroga ancora una volta sulla propria entità di squadra. Dopo i segnali positivi lanciati nella passata stagione, con un approccio concentrato e coeso a quasi tutte le partite, macchiato essenzialmente soltanto ai play-off da un’unica prestazione non altezza (in semifinale contro Albalonga), la squadra giallonera sembra ora avere fatto decisamente dei passi indietro.
Innanzitutto bisogna rimarcare quella che negli ultimi anni è diventata una costante negativa di questa squadra: e cioè il perdere la testa nelle partite decisive, l’andare in barca alle prime difficoltà. Negli ultimi 2 campionati questo difetto è stato evidenziato soprattutto da Albalonga, ma non sono soltanto i laziali a provocare isterismi e incomprensibili amnesie nella squadra milanese… la realtà è che quando una gara incomincia a presentare difficoltà il Dream Team perde lucidità e tende a rispondere alle offensive avversarie con iniziative personali e non attraverso il gioco.
Prendiamo le 6 partite disputate in questo torneo di Monaco, ancora una volta organizzato al meglio dai teutonici fratelli Utz e nel quale con un po’ di fortuna i milanesi avrebbero anche potuto terminare un paio di posizioni più su del 6° posto finale. Subito un dato statistico: in ben 3 partite su 6 il Dream Team ha subìto gol per primo e si è trattato sempre di un gol a freddo, dopo pochi secondi di gioco. La squadra ha poi molto stentato per ritrovare il filo del gioco. La partita decisiva è risultata alla fine quella contro gli “Hurricanes Bochum”, della veterana ma sempre eccellente Manuela Rahlf, che ha visto soccombere i milanesi per 2-0, con il solito primo gol incamerato a ridosso del fischio d’inizio.
Dopo, ci sono stati anche tanti attacchi del Dream Team e tante parate del portiere tedesco, ma pure tanta imprecisione e tanto nervosismo dei milanesi. Che alla fine sono arrivati secondi a pari merito con Bochum nel loro girone (che vedeva anche la presenza dei forti Munich Animals padroni di casa) non potendo accedere alle semifinali del torneo in virtù della sconfitta nello scontro diretto. Questo nonostante il buon pareggio riportato invece contro gli Animals, una delle 2 squadre che avrebbero poi disputato la finale.
Si potrebbe obbiettare che il Dream Team si è presentato ai nastri di partenza di questo torneo, primo banco di prova della nuova stagione, senza il suo allenatore Alessandro Stuppìa che, ad onta dei rilievi negativi da noi avanzati alla squadra nel corso di questo articolo, ha invece portato numerosi miglioramenti nei 3 anni di gestione fin qui svolta. Ma non crediamo che la sua presenza avrebbe potuto influire molto sull’atteggiamento di molti dei componenti della sua squadra, atteggiamento che resta il principale oggetto di intervento sul banco di lavoro della sua personale officina.
Onore dunque all’allenatore in seconda Angelo Rasconi e al suo alter ego Marco Solci che hanno supplito con tanta passione ai comportamenti sopra le righe e agli errori dei propri giocatori. E secondo il nostro modesto parere i secondi, gli errori, sono anche in larga misura figli dei primi, gli atteggiamenti insofferenti e sempre a nervi scoperti. L’impressione è insomma che attualmente il Dream Team abbia buoni giocatori ma non abbia la squadra…
Credeteci però se vi diciamo che questi giocatori, cioè i portieri Rasconi e Provito, gli stick Bruno, Schiraldi, Khan, Garofano e le mazze Brusati, Locatelli, Ghislotti, Rutigliano, fuori dal campo sono amici. Questi 10 a anche gli altri rimasti a casa in questa occasione. E allora? Allora servirebbe probabilmente maggiore umiltà da parte di tutti quanti. Non si diventa una squadra vincente senza ammettere i propri errori e senza accettare le critiche mosse dagli altri, non sempre campate in aria.
Il Dream Team è stato una squadra vincente e ha tutte le carte in regola per tornare ad esserlo, e tra queste figura uno dei più forti cannonieri in circolazione a livello internazionale, quel Marco Brusati anche a Monaco implacabile bomber con 22 centri in 6 partite e vincitore del trofeo di capocannoniere. Ma non sarà un caso se le 4 più forti squadre classificatesi in questo torneo, tre tedesche e una olandese, facevano tutte dell’organizzazione di gioco e dei nervi saldi le loro caratteristiche più evidenti.
Tutto merito del nordico “self-control”, tutta colpa del “caliente” temperamento latino? Con buona pace del Lombroso, abbiamo sempre pensato che lo sport non sia determinato da caratteristiche etniche o razziali, quanto dal talento fornito da madre natura, dalla motivazione e dalla forza di volontà. Imparare a controllarsi e ad interagire in maniera utile alla causa comune con compagni e avversari fa parte degli insegnamenti che lo sport dà, ma che esige al contempo di ricevere di ritorno per consentire di eccellervi.
Umiltà dunque. E, senza pretese di salire in cattedra, proviamo a dare qualche consiglio ai 10 gialloneri scesi in campo in Baviera, affinché ognuno di loro cominci a lavorare su di un proprio difetto, quello che ci pare il più evidente o il più dannoso per il loro rendimento. Naturalmente cominciamo da Brusati, noblesse oblige.
Diciamo la verità: chiunque avesse dovuto subire nel giro di 2 anni altrettanti seri interventi cardiaci, avrebbe diritto di essere un po’ nervoso e irritabile, ogni tanto. Ma dovrebbe anche, più spesso, provare tanta gioia per essere ancora in buona salute (cosa non così scontata per soggetti già portatori di un handicap) e avere avuto l’ok dai medici per continuare a fare sport. Negli ultimi tempi Marco è teso come una corda di violino e questo fa male a lui, al suo rendimento e alla sua squadra. Ritrovare tranquillità, oltre a consentirgli di rendere meglio in campo, aiuterà anche i suoi rapporti interpersonali. Il consiglio è quello di guardare maggiormente ai propri errori e meno a quelli degli altri. Che sicuramente non sanno fare quello che sa fare lui sulla carrozzina, ma non giocano nemmeno per fargli fare brutta figura.
Locatelli ora. Eterna incognita, ha grandi mezzi fisici nonostante la distrofia muscolare, ma scarsa fluidità del gesto atletico e poca lucidità. La tecnica e la tattica stanno migliorando ma se ti trovi 10 volte a tu per tu con il portiere avversario e 8 volte su 10 non riesci neanche a inquadrare la porta… c’è qualcosa che non va. Non si pretende che ogni tiro finisca in rete, ma che il 60% inquadri almeno il bersaglio, sì. Il consiglio: allenarsi da solo, tanto, da fermo e in movimento, a centrare la porta da tutte le direzioni.
Tocca ad Ale Bruno, sicuramente uno dei più forti stick in circolazione, se riuscisse a tenere a freno la sua irruenza. È proprio questa che troppo spesso lo porta ad entrare direttamente sulla carrozzina dell’avversario piuttosto che a cercare la pallina. Ma sappiamo che sta lavorando su questo difetto. Il consiglio invece è un altro: più coraggio nel dare spazio a un altro compagno se il proprio fisico o la propria carrozzina non sono in perfette condizioni. A Monaco ha giocato anche quando e l’uno e l’altro non sembravano al meglio.
Spazio adesso ai 2 portieri, molto impegnati in Germania e sicuramente tra quelli che hanno avuto rendimento più alto. Anche a loro un piccolo consiglio a testa: Rasconi deve… dotarsi di ruote posteriori più grandi (autentica calamita di tiri avversari per il portiere di Munich Animals e Nazionale tedesca). Provito deve alzare il bracciolo dalla parte del comando della carrozzina, per riequilibrare le spalla destra ed evitare di muoversi indietro anziché in avanti sui tiri da lontano.
Consiglio a Rutigliano: deve smetterla di soppesare sui piatti della bilancia i tanti chilometri fatti e i pochi minuti giocati, non raggiungerà mai l’equilibrio. Metta invece al servizio degli altri tutta l’esperienza acquisita in 15 anni di wheelchair hockey. Ghislotti, che ha appena “contratto” il virus di questo splendido sport, deve diventare una cosa sola con la sua carrozzina elettrica, che logicamente ha ancora molti segreti per lui che fino a poco tempo fa riusciva ancora a farne a meno.
Schiraldi deve prestare più attenzione alle direttive che vengono dalla panchina per evitare di finire fuori posizione. Consiglio a Garofano: insegni a tirare i rigori ai suoi compagni, soprattutto quelli con la mazza (lui, stick, è stato l’unico ad andare a segno nei rigori di spareggio per il 5° posto contro i “Trouble Makers” di Lubiana). E infine a Khan il consiglio è di velocizzare un po’ il suo gioco, comunque positivo.
Un consiglio lo diamo anche al Presidente della squadra, Max Porta: la soietà, recentemente costituitasi in associazione sportiva, ha ora bisogno di una struttura. Pochi uomini con entusiasmo e privi di ogni vincolo di parentela con i giocatori, per gestire liberi da condizionamenti un bene prezioso. E a tutta la squadra consigliamo di cambiare il pronome più ricorrente sulla bocca di tutti. Attualmente il più utilizzato è la prima persona singolare: io, io, io… quando torneremo a sentire parlare al plurale: noi, noi, noi… vorrà dire che il Dream Team starà tornando ad essere un gruppo prima, e una squadra poi.
Vi dobbiamo ancora la classifica finale di questo torneo, che è stato vinto dai Torpedo Lademburg sui Munich Animals in una finale equilibratissima che ha rispecchiato i valori del campionato tedesco. Terzi i GP Bulls Eindhoven della talentuosa e avvenente Ilse van Kemenade che ha piegato gli Hurricanes Bochum della Rahlf, seconda dietro Brusati sul podio del gol con 17 centri.
Riccardo Rutigliano
riccardo.rutigliano@voceditalia.it

















